Nome: Mario Non mi interessa come ti vesti, che automobile possiedi, qual è il tuo titolo di studio, quanto prendi al mese, chi conosci e chi ti conosce, se frequenti i luoghi "in", se bazzichi le bettole, se il mondo è il tuo palcoscenico o se preferisci la clausura.
Mi importa invece dei sentimenti, dell'amicizia, degli altri, della letteratura, della scienza, della musica, della filosofia e delle religioni, di quello che si può descrivere con le parole, con i suoni, con le immagini.
Ussignur! (scusate il riferimento alle tradizioni cattolico-padane della mia terra natale)
Stasera stavo cucinando per prepararmi la cena. Cucinando... una parola grossa: stavo friggendo il padella un paio di fettine di lonza di maiale (da consumare preferibilmente... due o tre giorni fa) e tagliando un po' di formaggio. Ho avuto la malaugurata idea di accendere la televisione. Siccome da anni l'antenna è stata divelta da non so quale evento atmosferico, la qualità di ricezione è lasciata al caso. Ogni volta, si riesce a vedere un canale diverso. Oggi era il turno di Canale 5. Sì, lo so che avrei dovuto spegnere subito e magari accendere la radio, accontentandomi piuttosto di Radio Maria... ma, insomma, non credevo di compromettere, in una ventina di minuti, la mia digestione!
Trasmettevano un'edizione speciale di "Striscia la notizia", dedicata allo smascheramento di uno scandalo su cui Greggio e compari stavano indagando dal 1997. Una faccenda vergognosa e indegna, tale da gettar fango sulla credibilità della televisione di stato (orrore!), in una delle sue espressioni più sentite e genuine: lo Zecchino d'Oro.
La vicenda è del tutto inedita per il nostro Paese. Il prode Greggio deve essere rimasto turbato nel profondo del suo animo venendo a conoscenza di siffatte nefandezze. Pare che Iacchetti si sia rifugiato in un monastero cistercense per sei mesi allo scopo di purificare la sua anima immortale (e innocente).
Udite, udite, da un'anonima videocassetta, sembra che il prestigioso concorso di canzoni per bambini sia truccato! Che autori e vincitori vengano decisi al di fuori delle regole. Una cosa mai sentita! Vergogna!
Pare, inoltre, che l'ammissione alla gara canora sia subordinata a infami tangenti: sembra che agli aspiranti cantanti venga proposto l'acquisto di un'enciclopedia! (costringendo così i pargoli a rinunciare al Nintendo DS, oppure ad averlo, facendo richiedere dai genitori un ulteriore finanziamento, dopo quello per le vacanze alle Maldive e per il SUV da quarantamila euro).
Che schifo, che sordida storia. Per fortuna, Striscia l'ha smascherata, facendo capire a tutti dove sta il Male (su quale rete, s'intende) e purificando la televisione da ogni macchia.
Chissà, tutta questa indagine sarà forse costata come lo stipendio che un metalmeccanico percepisce in un anno. O che percepiva, visto l'andazzo. Ma di questo si parla poco, ed in toni rassicuranti, ovviamente. L'importante è che il malefico mago Zurlì sia stato pubblicamente sputtanato, con la sua trasmissione.
Trasmissione RAI, ovviamente.
Scommetto che domani negli uffici, sui mezzi pubblici, nelle fabbriche, nei bar si commenterà questa notizia, si parlerà di corruzione, si penserà che, in fondo, il Silvio che sponsorizza il Gabibbo non sia così male come dicono ('sti mangiabambini di sinistra!). Perfetto, così si zittiranno quelli -non così tanti, suppongo- che si ostinano a parlare di sordide leggi ad personam, dell'infame scudo fiscale, dello smantellamento della scuola pubblica (dopo quello delle Ferrovie), dei giochini loschi con i vaccini contro l'influenza...
La banda di idioti imperversa sempre più (un esempio a caso: l'assalto squadrista all'Eutelia occupata dai lavoratori, a difesa di 1200 posti), i tempi si fanno davvero duri.
Non è una novità. Di tempi duri già se ne parlava in una canzone, un successo degli anni '60. MilleOTTOCENTOsessanta.
Hard Times
E' una canzone di Stephen Foster, noto per aver composto hit come "O Susanna", "Camptown Races" (tornata di moda qualche anno fa nella demenziale interpretazione dei Cartoons con il titolo di "Doo dah", la ricordate?) e morto povero in canna, nonostante fosse stato designato come "il padre della musica americana".
Foster, negli anni del suo successo commerciale, non aveva distolto lo sguardo dalle dure condizioni di vita della maggior parte dei suoi conterranei. Il "sogno americano", per essere tale, deve essere per pochi (per ogni padrone ci vogliono parecchi operai). E in uno Stato che trascura la giustizia sociale in favore del liberismo, i più riescono a malapena a sopravvivere. Nelle semplici e sincere parole della canzone, ecco la realtà che Stephen Foster vedeva attorno a sé:
Let us pause in life's pleasures and count its many tears,
While we all sup sorrow with the poor;
There's a song that will linger forever in our ears;
Oh Hard times come again no more.
Chorus:
Tis the song, the sigh of the weary,
Hard Times, hard times, come again no more
Many days you have lingered around my cabin door;
Oh hard times come again no more.
While we seek mirth and beauty and music light and gay,
There are frail forms fainting at the door;
Though their voices are silent, their pleading looks will say
Oh hard times come again no more.
(Chorus)
There's a pale drooping maiden who toils her life away,
With a worn heart whose better days are o'er:
Though her voice would be merry, 'tis sighing all the day,
Oh hard times come again no more.
(Chorus)
Tis a sigh that is wafted across the troubled wave,
Tis a wail that is heard upon the shore
Tis a dirge that is murmured around the lowly grave
Oh hard times come again no more.
La canzone, tradotta, dice:
Stacchiamoci un attimo dai piaceri della vita e contiamo le sue molte lacrime,
nutriamoci di dolore insieme ai poveri.
Una canzone risuonerà per sempre nelle nostre orecchie:
Oh, tempi duri, non tornate mai più!
rit.
La canzone è il sospiro di chi è esausto:
tempi duri, tempi duri, non tornate mai più!
Per molto tempo vi siete aggirati attorno alla porta della mia catapecchia.
Oh, tempi duri, non tornate mai più!
Mentre noi cerchiamo gioia e bellezza, musica disimpegnata e allegra,
fragili figure vengono meno davanti alla porta.
Benché la loro voce non si senta, i loro sguardi imploranti dicono:
oh, tempi duri, non tornate mai più!
C'è una donna pallida e curva che tira avanti faticosamente,
con un cuore fiaccato, i cui giorni migliori sono lontani.
Benché la sua voce possa sembrare allegra, singhiozza tutto il giorno:
oh, tempi dure, non tornate mai più!
E' un sospiro che si diffonde sulle acque turbolente,
un lamento che si sente sulla spiaggia.
E' un canto funebre mormorato attorno ad una modesta tomba:
oh, tempi duri, non tornate mai più!
Ma i tempi duri tornano, tornano sempre.
(ai tempi della guerra di secessione, girava una parodia di "Hard Times", dal titolo "Hard Crackers Come Again No More", lamento dei soldati nei confronti del rancio )
Finalmente un post culturale. Entro certi limiti, ovviamente. I miei limiti. C'è chi discetta di filosofia, chi di critica letteraria. Altri san parlare di scienza. Qualcuno addirittura capisce i romanzi di David Foster Wallace (r.i.p.). Io, ispirato da questo post di LaNoisette (che di certo capisce i romanzi ecc. ecc.), racconterò qualche mia esperienza con le scritte sui muri.
Non è di sicuro un argomento originale su cui scrivere. Ricordo un libricino pubblicato anni fa da Stampa Alternativa, dal titolo "Parole in ritirata", raccolta di scritte lette sui bagni pubblici. Non so se il libro è ancora in circolazione, dovrei averne una copia da qualche parte... no, non in bagno!
FIn da bambino ho letto con curiosità le scritte sui muri, generalmente non comprendendone il significato (capite perché non scrivo esegesi kantiane?).
Questa mia lettura senza comprensione andò avanti per un bel pezzo: ricordo ancora distintamente un criptico (per me) epigramma in caratteri cubitali scritto con vernice rossa su uno scrostato muro di fronte all'ingresso del liceo. Era il 1980, e la scritta sembrava alludere all'allora preside, M.R.
Il messaggio era: "R. si specchia e vede Dio. Goganga goganga mi specchio anch'io".
La cosa più inquietante per me, ingenuo ragazzino di campagna venuto a studiare nella cittadina di provincia, era quel "goganga goganga", che mi faceva immaginare gli autori della scritta come giganti barbuti, irridenti ed aggressivi, sorta di Mangiafuoco acculturati e dissacratori. Solo parecchi anni dopo venni a sapere dell'esistenza della canzone di Giorgio Gaber dal titolo, appunto, Goganga.
Le scritte sui muri di oggi mi paiono spesso opera di gente priva di fantasia. Soliti slogan, solite frasi romantiche copiate dai titoli dei libri di Moccia (ma come cazzo si fa ad andare sopra il cielo, di due metri o di due centimetri?). Meglio, allora, quella frase, altrettanto scopiazzata, che, da neopatentato, mi distraeva mentre impostavo una curva a gomito. La frase era scritta su uno di quei tabelloni catarifrangenti che indicano la curva pericolosa: "ciao grande piccolo amore". Romantico saluto o tentativo di far uscire di strada un/una fidanzato/a fedifrago/a?
Una delle letture murali più divertenti e curiose l'ho fatta pochi mesi fa, a spasso per Napoli con l'amica Roby. Era la pubblicità di una clinica veterinaria. Ma non la solita banalità, come quelle che si vedono qui in padania. Questo ambulatorio prometteva agopuntura (suppongo non per ricci e istrici), visite omeopatiche (come, visite omeopatiche?), zooantropologia applicata (eh?). Ma il capolavoro, la frase che colpì la mia sensibilità di cultore di gatti e di fisica (più gatti che fisica) fu il pensiero del fondatore della clinica, tal C. Longo:
"Mi piace immaginare che la famosa radiazione fossile a bassa frequenza proveniente da tutte le parti dell'universo, estremo residuo del big bang, non sia altro che le fusa del gatto cosmico."
Bellissimo! Un omaggio ai gatti, un intrigante riferimento ad un suggestivo fenomeno astrofisico, la cosiddetta radiazione fossile che riporta ancora oggi l'eco del big bang, il fiat lux che sancì l'inizio del tempo e dello spazio.
Finisco questo excursus nell'affascinante mondo delle scritte murali citando una canzone dedicata a graffiti e graffitari: "A Poem on the Underground Wall", brano di Paul Simon inciso nel 1966 nel disco "Parsley sage rosemary and thyme" ("prezzemolo salvia rosmarino e timo", non si capisce se per un filtro d'amore o per un minestrone).
La canzone la potete ascoltare QUI, interpretata da Simon & Garfunkel.
Ecco il testo:
A Poem on the Underground Wall (Paul Simon)
The last train is nearly due,
The underground is closing soon,
And in the dark deserted station,
Restless in anticipation,
A man waits in the shadows.
His restless eyes leap and scratch,
At all that they can touch or catch,
And hidden deep within his pocket,
Safe within its silent socket,
He holds a colored crayon.
Now from the tunnel's stony womb,
The carriage rides to meet the groom,
And opens wide and welcome doors,
But he hesitates, then withdraws
Deeper in the shadows.
And the train is gone suddenly
On wheels clicking silently
Like a gently tapping litany,
And he holds his crayon rosary
Tighter in his hand.
Now from his pocket quick he flashes,
The crayon on the wall he slashes,
Deep upon the advertising,
A single worded poem comprised
Of four letters.
And his heart is laughing, screaming, pounding
The poem across the tracks rebounding
Shadowed by the exit light
His legs take their ascending flight
To seek the breast of darkness and be suckled by the night.
e la traduzione:
Una poesia sui muri della metropolitana
L'ultimo treno sta per arrivare,
la metro sta per chiudere,
e nella stazione buia e deserta,
in inquieto anticipo,
Un uomo attende nell'ombra.
Il suo sguardo irrequieto si sposta e scalfisce
tutto ciò che può raggiungere e quasi toccare,
e nascosto in fondo ad una tasca,
chiuso con il suo silenzioso cappuccio,
egli tiene un pennarello colorato.
Ora dal grembo di pietra del tunnel
il treno corre incontro al gentiluomo
e gli spalanca le porte accoglienti,
ma lui esita, e si ritira
nascondendosi nell'ombra.
E repentinamente il treno se ne è andato
portato dal ticchettare delle sue ruote,
come una delicata e cadenzata litania,
E l'uomo tiene il suo pennarello-rosario
stretto nella mano.
Ora lo estrae veloce della tasca,
sferza il muro con il pennarello,
proprio sulla pubblicità,
una poesia composta di una sola parola
di quattro lettere.
Ed il suo cuore ride, grida, martella
la poesia riecheggia fra i binari.
Le luci dell'uscita delineano la sua ombra,
le sue gambe iniziano la rampa di scale
per fargli raggiungere il cuore delle tenebre e venire assorbito dalla notte.
Ma insomma, qual è la parola di quattro lettere, la poesia che 'sto tipo ha scritto su un manifesto pubblicitario del metrò di New York?
Questo post è dedicato a chi presta orecchio (e cuore) a qualcuno che suona sulla strada
Non amo particolarmente Joni Mitchell. In passato, nel mio "periodo west coast" ho acquistato alcuni suoi dischi, appartenenti alla prima produzione, più acustica e naïve, ma niente da fare: le sue melodie sofisticate, la sua voce di flauto non sono riuscite a toccare il mio cuore. Tranne che per una canzone, "For Free", le cui parole sincere hanno accompagnato musica loro assegnata dalla cantante canadese fin dentro di me.
E' il racconto di una scheggia di vita quotidiana della musicista, l'incontro consapevole fra chi dall'arte ricava fama e denaro, a volte tradendo l'arte stessa, e chi la regala, con generosità e passione, accontentandosi degli spiccioli. Joni si rende conto, forse per la prima volta, che non c'è necessariamente differenza di qualità fra la musica dispensata dal palco di un teatro, ad un pubblico pagante, e quella che un musicista di strada sparge al vento, per essere -forse- raccolta da qualche passante.
Ascoltiamo Joni:
e leggiamo quello che ci racconta:
For Free (Joni Mitchell)
I slept last night in a good hotel
I went shopping today for jewels
The wind rushed around in the dirty town
And the children let out from the schools
I was standing on a noisy corner
Waiting for the walking green
Across the street he stood
And he played real good
On his clarinet, for free
Now me I play for fortunes
And those velvet curtain calls
I’ve got a black limousine
And two gentlemen
Escorting me to the halls
And I play if you have the money
Or if you’re a friend to me
But the one man band
By the quick lunch stand
He was playing real good, for free
Nobody stopped to hear him
Though he played so sweet and high
They knew he had never
Been on their t.v.
So they passed his music by
I meant to go over and ask for a song
Maybe put on a harmony...
I heard his refrain
As the signal changed
He was playing real good, for free
e cioè (più o meno):
La notte scorsa ho dormito in un buon albergo
Oggi me ne sono andata a comprare gioielli
Il vento spazzava la città sporca
Ed i bambini uscivano da scuola.
Me ne stavo in un rumoroso angolo
In attesa di poter attraversare.
Lui stava dall’altra parte della strada
E suonava davvero bene
Il suo clarinetto, senza chiedere nulla.
Ora, io suono per compensi ingenti
E per tutti quei bis.
Ho una limousine nera
E due uomini eleganti
Che mi accompagnano per le sale.
E suono se hai i soldi
O se sei un mio amico.
Ma quel musicista solitario
Accanto al fast food
Stava suonando veramente bene, senza chiedere nulla.
Nessuno si fermava ad ascoltarlo
Anche se suonava con intensa dolcezza.
La gente sapeva che mai
Lo avrebbe visto in tv.
Così si lasciavano la sua musica dietro le spalle.
Volevo attraversare e chiedergli una canzone
Magari cantare un’armonia…
Ho sentito il motivo
Mentre il semaforo cambiava colore.
Stava suonando veramente bene, senza chiedere nulla.
Se ne parlava nei commenti ad un post di Riu, tradurre i testi poetici è quasi un atto vandalico, mi rendo conto che le parole di Joni italianizzate da me perdono forza... ma capirete. Capirà, di certo, la ragazza che oggi ascoltava la musica di un sax provenire dalla strada. For free.
Ehi, ehi, fermi! Già vi sento canticchiare quel motivetto di Sanremo, "Sincerità"...
Intendevo qualcos'altro. Pensavo al lato solare e positivo di un mio stato d'animo in gran parte oscuro e negativo (non per fare il taoista della domenica, ma quella faccenda che nel nero c'è un po' di bianco e viceversa non è una brutta pensata).
E' un periodo che mi sento insofferente al limite dell'intolleranza. Non sono sentimenti tipici per me, ma tant'è. In particolare, mi irrita la millanteria diffusa, dal mondo del lavoro ai discorsi da bar o da blog; mi infastidisce veder elevate le tabelline al livello della Relatività Generale, l'invio una mail con scritto "procedi" fatto passare (e pagare) per "avvio di un progetto", una passeggiata in collina spacciata per la scalata del K2. Sembra che, più o meno consciamente, più o meno volontariamente si preferisca essere inutilmente, e a volte ingiustificatamente, sofisticati piuttosto che diretti e semplici. Oh, non sto parlando di quelli che ti trattano di merda legittimandosi dicendo di non essere ipocriti (infatti, sono solo scortesi). E neppure di quelli che minimizzano tutto e tutti (spesso questi sì, sono ipocriti).
Penso a quella semplicità consapevole che deriva dal saper vedere se stessi, le proprie azioni ed il mondo circostante nella giusta prospettiva.
Un po' come si legge in un vecchio inno di derivazione quacchera, dal titolo "Simple gifts", risalente al 1848:
'Tis the gift to be simple, 'tis the gift to be free,
'Tis the gift to come down where we ought to be,
And when we find ourselves in the place just right,
'Twill be in the valley of love and delight.
When true simplicity is gain'd,
To bow and to bend we shan't be asham'd,
To turn, turn will be our delight,
Till by turning, turning we come round right.
E' un dono essere semplici, è un dono essere liberi,
E' un dono essere consapevoli del posto in cui dovremmo stare,
E quando ci troveremo proprio nel posto giusto,
Saremo nella valle dell'amore e della gioia.
Quando si è raggiunta la vera semplicità
Non ci vergogneremo più di inchinarci e piegarci.
Gli ultimi due versi sono più che altro istruzioni di danza. Ma anche in questo c'è un insegnamento di semplicità. Un inno che è anche una canzone da ballo: come a dire che anche l'approccio ad una professione di fede dovrebbe essere semplice e lieve, lontano dalla cupa gravità imposta da molte, troppe religioni.
Sincerità, adesso è tutto così semplice... ehm, no, quella è un'altra cosa. Oppure no?
Con una certa preoccupante frequenza mi vien da concordare con il titolo di una canzone di Bob Dylan: love's a four-letter word, "amore" è una parolaccia (in inglese un sacco di note espressioni triviali sono parole di quattro lettere). Parlo di quell'amore che gli antichi chiamavano "eros", l'amore passionale, quello fra (in genere) due persone. Platone e soci la sapevano lunga, non facevano tutta quella pericolosa confusione che facciamo noi: avevano parole specifiche per l'amore carnale, per quello dell'amicizia, per quello gratuito e disinteressato, e via discorrendo. Da quando si è iniziato ad impiegare una parola sola la situazione si è andata deteriorando (pensiamo ad aberrazioni come il romanticismo ).
Ma queste sono mie opinioni personali. Volevo, invece, esprimere l'amore fraterno (philia) verso alcuni amici, per i quali l'eros è stato causa di dolore (che i malcapitati sopportano in cambio di qualche illusorio -anche se a piuttosto concreto- piacere).
Amici che avete sofferto, che soffrite per questo subdolo sentimento, ascoltate questa canzone e leggetene il testo, che racconta senza mezzi termini come stanno le cose
La canzone si intitola eloquentemente "Love Hurts" (l'amore fa male). E' stata interpretata per la prima volta nel 1960 dagli Everly Brothers, ma una delle versioni più sentite è quella cantata in duetto da Gram Parsons ed Emmylou Harris. Fra i due, legati da un fruttuoso sodalizio artistico, non sembra esserci stata una palese relazione sentimentale. Ma c'è chi ha i suoi dubbi. Questa struggente canzone, per esempio, viene cantata con un'emotività che fa supporre qualcosa di forte e sommerso. Che sia colpa dell'amore versione eros se Gram Parsons, persona gentile e sensibile, è morto di overdose a ventisette anni?
Love Hurts (F. & B. Bryant)
1. Love hurts, love scars
Love wounds and mars
Any heart not tough nor strong enough
To take a lot of pain, take a lot of pain
Love is like a cloud, pulls a lot of rain.
Love hurts, umm love hurts.
2. I’m young, I know
But even so
I know a thing or two I’ve learned from you
I’ve really learned a lot, really learned a lot
Love is like a stove, burns you when it’s hot
Love hurts, umm love hurts.
bridge: Some fools think of happiness
Blissfulness, togetherness
Some fools fool themselves, I guess
But they’re not fooling me.
I know it isn’t true, know it isn’t true
Love is just a lie made to make you blue.
Love hurts, umm love hurts.
solo
bridge: Some fools think of happiness
Blissfulness, togetherness
Some fools fool themselves, I guess
But they’re not fooling me.
I know it isn’t true, know it isn’t true
Love is just a lie made to make you blue.
Love hurts, umm love hurts.
Love hurts, umm love hurts
Oh, love hurts.
Ossia...
L'amore fa male, l'amore lascia il segno
L'amore ferisce e danneggia
Ogni cuore che non sia duro o abbastanza forte
Da sopportare un sacco di dolore.
L'amore è come una nuvola, fa versare una quantità di pioggia.
L'amore fa male...
Sono giovane, lo so
Ma tuttavia
So una cosa o due che ho imparato da te.
Davvero ho imparato molto.
L'amore è come una stufa, ti scotta quando è caldo.
L'amore fa male...
Qualche sciocco pensa alla felicità
Alla beatitudine, allo star vicini.
Quello sciocco inganna se stesso, suppongo,
Ma non inganna me.
Io so che non è vero, so che non è vero.
L'amore è solo una bugia fatta per renderti triste.
L'amore fa male...
Ehi, tranquilli. Non mi è successo nulla. Almeno, non ora. Ho già dato abbondantemente. Da tempo volevo pubblicare questa canzone, pensando ad un paio di amici in particolare, e ad altri in generale, per cui... love hurts.
Intendiamoci: io amo la mia terra, quell'angolino di Lombardia che il Po protegge dai milanesi e che l'Appennino, ostacolo in apparenza, unisce al Piemonte, all'Emilia, alla Liguria. Eppure, a volte la mia gente mi fa girar le palle quando ostenta atteggiamenti di barbara superiorità oppure, peggio ancora, si identifica in raffazzonate mitologie padane, inventate giusto l'altro ieri da una banda di cialtroni.
La mia regione ha dato i natali a persone come Giovanni XXIII. E pure a Mariastella Gelmini, la donna più odiata dagli insegnanti, a quanto deduco leggendo i blog di coloro che hanno scelto questo difficile, fondamentale, appassionante, denigrato, svilito, vilipeso mestiere.
La ministra dell'istruzione, università e ricerca (una volta il sostantivo "istruzione" era completato dall'aggettivo "pubblica", ora il trend è cambiato), una donna lombarda.
E "Donna Lombarda" è il titolo di un'antichissima canzone popolare, diffusa, in dozzine di versioni, in tutta Italia (compresa quella del sud). Non è un inno alla virtù padana, tutt'altro. Dedico questa canzone agli amici e conoscenti vittime, in qualche modo, delle scelte ministeriali nel settore dell'istruzione.
Ho scelto la versione del gruppo milanese dei Barabàn, che a sua volta si è ispirato a fonti della provincia di Alessandria. Si dovrebbe capire abbastanza, ma aggiungerò la traduzione. Oltre ad apprezzare la musica, è essenziale capire che tipo sia 'sta donna lombarda...
Donna Lombarda
Donna Lombarda, Donna Lombarda
facciamo all'amore, facciamo all'amore.
Io no, io no, signor cavaliere
che io il marito ce l'ho già.
Là nel giardino del mio bel padre
c'è la testa di un bel serpentin.
La prenderemo, la pesteremo
in una bottiglia del nostro buon vino.
Viene a casa suo marito dai campi
"Donna Lombarda, ho tanta sete"
"Oh, guarda lì nella credenza
c'è una bottiglia del nostro buon vino"
E' saltato su il bambino dalla culla:
"Non berlo, non berlo!"
"Cosa vuol dire, Donna Lombarda,
che il nostro buon vino è un po' torbido?"
"Sarà la polvere della credenza
che lo fa diventare un po' torbido"
"Donna Lombarda, Donna Lombarda
il nostro buon vino bevitelo tu!"
Alla prima goccia che lui le diede
lei iniziò a cambiare colore.
Alla seconda goccia che lei bevve
cadde in terra, morta.
"Donna Lombarda, Donna Lombarda
arrivederci in Paradiso!
Credevi di farla agli altri
e te la sei fatta da sola."
Insomma... conosco donne lombarde splendide, sotto ben più di un aspetto. Ma attenzione a quelle che bazzicano il "signor cavaliere", non vi fate offrir da bere da loro!
"Non esistono al mondo uomini non interessanti". Non è l'ennesima dichiarazione televisiva di Patrizia D'Addario, ma il verso con cui inizia una poesia di Evgenij Aleksandrovič Evtušenko, poeta russo contemporaneo. Da quanti anni non ne sentivo parlare! Ci ho pensato ieri, leggendo il blog di un nuovo amico, luciorai, il cui sito ha l'ironico titolo di "Le amnesie di Adriano" (come non incuriosirsi, a leggere queste parole?).
Non sono appassionato di poesia, ne leggo poca e ne capisco ancor meno. Ma Evtušenko mi piace, fin dai tempi delle medie, quando, in un antologia scolastica, mi imbattei in una delle sua composizioni. Apprezzo la sua onestà nell'esprimere emozioni, così lontana dall'enfasi di molti suoi conterranei (e non). E' abile con le parole, ma non le lancia per aria in funambolismi letterari. Preferisce, credo, condividere le sue sensazioni, i suoi pensieri con chiunque sia in grado di leggere.
Vi riporto una poesia che trovo tanto vicina alla mia sensibilità. Soprattutto, condivido l'idea espressa nel primo verso: non esistono al mondo uomini non interessanti.
(a proposito -nota assai maligna, ma fa caldo e sono alquanto scazzato-, avete mai notato che i letteratoni cercano sempre di evitare la parola "poesia", riferendosi ad una composizione? usano termini come "versi", "liriche", roba del genere, forse perché "poesia" è quella che recitano i bambini il giorno della Befana... )
Uomini
(Evgenij Aleksandrovič Evtušenko)
Non esistono al mondo uomini non interessanti.
I loro destini sono come le storie dei pianeti.
Ognuno ha la sua particolarità
e non ha un pianeta che gli sia simile.
E se uno viveva inosservato
e amava questa sua insignificanza,
proprio per la sua insignificanza
egli era interessante tra gli uomini.
Ognuno ha il suo segreto mondo personale.
In quel mondo c’è l’attimo felice.
C’è in quel mondo l’ora più terribile,
ma tutto ci resta sconosciuto.
Quando un uomo muore,
muore con lui la sua prima neve,
e il primo bacio e la prima battaglia….
Tutto questo egli porta con sé.
Rimangono certo i libri,
i ponti,
le macchine,
le tele dei pittori.
Certo , molto è destinato a restare,
eppur sempre qualcosa se ne va.
E’ la legge d’un gioco spietato.
Non sono uomini che muoiono, ma mondi.
Ricordiamo gli uomini,
terrestri e peccatori,
ma che sapevamo in fondo di loro?
Che sappiamo dei fratelli nostri,
degli amici?
Di colei che sola ci appartiene?
E del nostro stesso padre,
tutto sapendo non sappiamo nulla.
Gli uomini se vanno…. e non tornano più.
Non risorgono i loro mondi segreti.
E ogni volta vorrei gridare ancora
contro questo irrevocabile destino.
Ieri è entrato ufficialmente in vigore il pacchetto di sicurezza, per cui gli extracomunitari senza permesso di soggiorno commettono reato di clandestinità. Spero che alle ronde, altra chicca istituita dal pacchetto, sia stato spiegato che la Romania fa parte dell'Unione Europea! Bossi ha fatto girare i coglioni (no, non sto parlando delle ronde padane che girano per le città) pure a Fini, con sparate tipo "noi andavamo a lavorare, non ad ammazzare", dando degli assassini agli immigrati ed al contempo dimenticando che anche fra gli emigrati italiani c'è stato chi è finito a prestare manodopera al crimine.
Insomma, il contesto ideale per pubblicare un racconto scritto un paio di anni fa per la raccolta Pensieri Volontari, un libro i cui proventi sono destinati alla LAIF, un'associazione che si occupa di infanzia disagiata.
E' una sorta di favola moderna (da qui il tono vagamente moralistico) che buttai giù durante un viaggio in treno fra Bologna e Voghera. L'ispirazione mi venne osservando una bambina zingara che passava per gli scompartimenti raccattando giornali e riviste. Il nome Ismet, per quel che ne so, è un nome albanese abbastanza diffuso (un Ismet lo conosco anch'io).
Leo e Ismet
Ismet si svegliò dal torpore in cui era caduto, complice il surriscaldamento della carrozza ferroviaria in cui aveva trovato posto in una sera d’inverno.
Davanti agli occhi si trovò un ragazzino di sette o otto anni, malvestito, che gli offriva con un sorriso sdentato un fascio di giornali e riviste, palesemente usati, recuperati dai sedili su cui i passeggeri li avevano lasciati.
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Da poco dopo il suo arrivo in Italia, Ismet aveva preso l’abitudine di guardare la gente con aria truce, in modo da scoraggiare approcci non necessari. Una sorta di prevenzione dei guai, soprattutto negli ambienti ostili della grande città del nord in cui spesso si recava alla ricerca di lavoro.
Si riteneva abbastanza fortunato a vivere in una cittadina di provincia, che somigliava più che altro ad un grosso paese.
Certo, anche lì non mancava chi lo guardava con diffidenza, a volte con ostilità, ma, a parte qualche gruppo di bulletti, nessuno lo aveva mai infastidito.
Anzi, a quei bulli era addirittura grato: una volta lo avevano salvato da un’aggressione.
Un sabato di fine estate, nella cittadina c’era stato il comizio di un famoso parlamentare, esponente di un noto partito esplicitamente xenofobo. Al seguito dell’oratore c’era anche una banda di giovani in giubbotto nero, completamente rasati, che facevano un gran baccano.
Dopo il comizio, questa congrega di calvi si infilò in un bar dove casualmente Ismet stava telefonando in Albania, parlando ovviamente nella sua lingua. I tipacci se lo additarono a vicenda, dandosi di gomito, e quando Ismet uscì dal bar lo seguirono.
Lui se ne accorse, ma poté farci poco. Cercò di arrivare fino a casa, dove viveva con la moglie e la famiglia di suo fratello, ma non fece in tempo.
Gli skinheads lo incantonarono davanti ad un negozio chiuso e iniziarono ad apostrofarlo in malo modo. All’invito “Torna a casa tua!” lui rispose che era proprio quello che stava per fare. Ma quella gente non aveva il senso dell’umorismo e uno di loro gli assestò uno spintone che lo fece cadere a terra. Un altro si avvicinò e gli rifilò un calcio nel sedere.
Ismet si vide perduto. Stava cercando di rialzarsi per fuggire o almeno tentare di difendersi, quando una voce sguaiata urlò:
“Che cazzo credete di fare? Questo è il nostro territorio!”
Riconobbe uno dei teppisti locali, che finora si erano limitati agli improperi, a minacce vaghe ed improbabili, mai poste in atto. Che sarebbe successo ora?
I rasati affrontarono i ragazzi del luogo, invitandoli a farsi gli affari loro.
“L’albanese è nostro e lo meniamo noi!” replicò la voce di prima, il cui proprietario, un colosso di quasi due metri dal peso di oltre un quintale, agguantò quello che pareva il capo dei pelati, lo sollevò prendendolo sotto le ascelle e lo scaraventò contro la saracinesca del negozio, facendo un gran fracasso.
Dopo un attimo di innaturale quiete, gli skinheads si avventarono a testa bassa contro i teppisti locali, meno numerosi ma decisamente meglio piazzati fisicamente, essendo quasi tutti manovali di cantiere o operai di fonderia.
La colluttazione fu breve: i rasati si presero una spazzolata memorabile e batterono rapidamente in ritirata, pesti e malconci.
Ismet non era riuscito ad allontanarsi, ed ora si chiedeva cosa avrebbero fatto i teppisti, se, eccitati dalla lotta, si fossero decisi a mettere in pratica le vecchie minacce, finora sempre rimandate.
Il mastodontico capo dei facinorosi lo guardò torvo, poi iniziò a ringhiargli in faccia, sciorinando la solita litania di contumelie razziste, ma non accennò a toccarlo. Quando arrivò al classico: “Torna a casa tua!” ad Ismet parve che il bestione avesse addirittura sorriso. Sta di fatto che i tipacci gli volsero le spalle e si allontanarono.
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Riconoscendo il bambino, l’albanese smise il cipiglio duro e gli sorrise. Ormai da un paio di mesi lo vedeva, sempre su quel treno, mentre tornava dalla grande città in cui lavorava per un’impresa edile. Il ragazzino era vestito male, non molto pulito, non molto nutrito, ma sotto la zazzera spettinata color biondo scuro aveva due grandi occhi castani che si illuminavano quando sorrideva con quella sua piccola bocca sdentata. E sorrideva spesso, mente cercava di vendere giornali usati ai passeggeri, molti dei quali lo ignoravano o lo allontanavano infastiditi, anche se non mancava, per fortuna, qualcuno che gli allungava qualche moneta.
Ismet faceva finta di niente, ostentando indifferenza, ma si sorprendeva ad osservarlo, chiedendosi che vita facesse, dove dormisse, chi gli dava da mangiare. Chi permetteva che un bambino di quell’età conducesse una simile esistenza randagia. Benché il bimbo fosse inequivocabilmente italiano, lo sentiva in qualche modo vicino a sé, nella sua vita di sradicato.
I nemici più temibili del piccolo giornalaio fai-da-te erano ovviamente i controllori. Qualcuno era comprensivo, o più semplicemente se ne fregava. Altri, più ligi al regolamento, cercavano di fermarlo e farlo scendere, ma lui riusciva sempre a sfuggire alla cattura. Un giorno che le cose si stavano mettendo male, proprio sulla carrozza dove sonnecchiava l’albanese, Ismet si trovò a prendere le difese del ragazzino, dichiarando che era suo figlio -lui stesso si meravigliò nel sentirsi dire questa bugia-, pagando biglietto e multa.
Come ringraziamento, un sorriso più luminoso del solito. Poi via di nuovo lungo il treno, coi i suoi giornali stazzonati. Ismet si era poi rimesso a dormicchiare, ma anche a casa continuava a pensare a quel bambino. Ne parlò con sua moglie. La coppia non poteva avere figli, con gran rincrescimento di entrambi. Durante una conversazione a proposito del bimbo del treno, Ismet se ne uscì dicendo che gli sarebbe piaciuto adottarlo. Già, ma quale magistrato avrebbe affidato il piccolo ad una coppia di immigrati come loro? E poi, che ne sapevano? Il bambino poteva avere una famiglia, per quanto disgraziata.
Conversando con un capotreno diventato suo amico, l’albanese venne a sapere che Leo, così una volta il ragazzino aveva detto di chiamarsi, viveva presso uno zio, dopo che la mamma se ne era andata. Del padre nessuno sapeva nulla. Lo zio, un piccolo delinquente con parecchi precedenti penali, si limitava a fornire al bimbo un tetto e a mettere qualcosa in frigo, quando si ricordava, quando non era in carcere. Nessun assistente sociale si era mai occupato di quella situazione.
Quella sera d’inverno Ismet si decise. Quando Leo lo svegliò per la consueta offerta di giornali gli chiese di sedersi accanto a lui.
“Ma io devo andare a vendere! Che, mi compri tu tutta la mia merce?”
Ismet sorrise, gli passò una mano fra capelli, con una delicatezza che solo un manovale edile può avere, e gli rispose: “Sì, la compro tutta io.”
All’arrivo nella cittadina di provincia, dove anche i teppisti hanno un cuore, Leo e Ismet scesero insieme, tenendosi per mano.